Networking - Saper stare nella complessità delle rete organizzative


Stefano Pasqui

La realtà

Il punto di partenza è che la realtà in cui viviamo si fonda su due caratteristiche:

  1. implica elementi tangibili ed elementi intangibili
  2. implica un pensiero complesso e reticolare

Il primo punto sottolinea la compresenza, nella vita quotidiana come in quella lavorativa, di esperienze sensoriali e di esperienze "asensoriali", queste ultime spesso sottovalutate o comunque ritenute scomode. La nostra socio-cultura, infatti, tende a essere pratica e ancorata a ciò che può toccare, vedere, sentire: è reale ciò che è tangibile mentre l'intangibile appartiene a un limbo dai confini incerti. Eppure il mondo si sta evolvendo verso pratiche e abitudini sempre meno materiali e concrete (un esempio su tutti l'utilizzo di Internet per effettuare pagamenti, prenotazioni, ecc). Proprio per questo la realizzazione di una rete di relazioni può essere vista come una necessità: oltre ad essere costituita essa stessa da elementi impalpabili, un network permette di affrontare l'intangibile con maggiore serenità.

La mente umana tende a ragionare in termini dicotomici e lineari mentre la realtà in cui viviamo è decisamente complessa. Basti pensare all'evoluzione del problema ecologico: un secolo fa il problema non si poneva; ai primi campanelli di allarme si è pensato fosse sufficiente risolvere l'accidente del momento; con gli anni si è imparato che a ogni azione corrisponde una reazione della natura non sempre positiva.

Occorre quindi capire che la mente del singolo non può abbracciare una complessità tale; questa situazione spaventa ma è anche ciò che spinge alla nascita di un network: unendo la propria comprensione della realtà a quella degli altri si può avere un quadro più ampio di ciò che ci circonda. Non solo: le diverse esperienze e la diversa formazione di ciascuno aggiungono un contributo fondamentale sul quale poi è possibile lavorare per arrivare alle soluzioni migliori.

Ecco quindi una prima conclusione: decidere di creare un network, cioè di stendere una rete di relazioni tra persone o tra aziende o tra enti, solo per riuscire a stare sul mercato non è la motivazione giusta, perché la paura (del fallimento) non è mai un buon punto di partenza. La decisione di "fare rete" deve partire dalla consapevolezza che unirsi serve per affrontare l'articolata realtà in cui viviamo.

4 fattori

Esistono 4 fattori, 2 spaziali e 2 temporali, attraverso i quali è possibile indagare la maturità con la quale affrontare un network.

I fattori spaziali si basano sui principi di unità e separatezza: ragioniamo prevalentemente in termini di separatezza, cioè di indivualismo e di azioni disgiunte dal resto, o in termini di unità, cioè di consapevolezza delle interazioni e delle sinergie esistenti?

I fattori temporali, invece, fanno entrare in gioco le aspettative e il principio di realtà. Gli estremi non vanno mai bene. Non è possibile vivere di sole aspettative perché difficilmente le cose accadono senza azioni o progetti concreti; d'altra parte un esagerato attaccamento alla realtà porta a considerarla immutabile e quindi blocca qualsiasi impresa.

L'incrocio di questi quattro fattori dà origine a 4 "Aree di Atteggiamento Psichico", all'interno delle quali ognuno può cercare di riconoscersi e capire se è pronto per affrontare un network. [Per approfondire questo aspetto rimandiamo alle pagine del libro].

La conclusione è comunque che l'atteggiamento giusto per affrontare un network è caratterizzato da una predominanza di elementi di unitarietà intrecciati a una realistica visione della situazione che si vuole affrontare (o, se vogliamo, intrecciati ad aspettative maturate e basate su un principio di realtà).

Perché è difficile creare delle reti?

  1. Troppo spesso non si tiene conto della componente emozionale delle persone. L'uomo ha una mente che pensa, ragiona, razionalizza. Ma ha anche una sfera emozionale, con la quale sente, prova dei sentimenti (paura, gioia, ecc) e che incide anche nella vita lavorativa o nelle decisioni d'affari.
  2. È difficile accettare di avere pulsioni ambivalenti nei confronti del sistema: lo amiamo perché ci dà, lo odiamo perché ci toglie (in primis, parte della nostra individualità).
  3. Chi nutre chi? Il rapporto con il sistema è tale per cui lui ci nutre ma in cambio, ciascuno di noi, deve nutrire il sistema. E' facile pensare che si possa solo prendere nutrimento senza darlo in cambio: nel caso in cui gli individui che si ritagliano spazi in cui “succhiare” esclusivamente (i cosiddetti "furbi") sono troppo numerosi, il network è destinato a fallire. E comunque, basta un solo elemento del genere e il network sopravviverà con rendimenti inferiori alle potenzialità.
  4. La rete contiene elementi di intangibilità, difficili da metabolizzare per la nostra socio-cultura (e qui ci riallacciamo al discorso fatto in apertura).
  5. Per il buon funzionamento di un sistema, è necessario imparare a delegare e fidarsi degli altri elementi che compongono il network (siano esse persone o aziende).